Christophe Palomar (Italia)

All'ombra

della piramide

Romanzo inedito, Primo Premio 2018

Se ci fosse un bambino in casa, parlerebbe del passato, di come stavano le cose quando lui era giovane. Direbbe che la sua è stata la generazione dei grandi rifiuti. La generazione delle idee, dei cortei e dei proiettili. Una generazione in bilico fra l’età dei destini collettivi e l’era dell’individualismo sfrenato. E la prima (ma allora non lo sapeva nessuno) a negare il futuro alle altre generazioni: quelle precedenti ovviamente, ma nche quelle successive.

Nell’arco di un sabato qualunque, solo con se stesso, un pensionato romano qualunque “si sente di colpo abitato dal presente, dal corpo tornato suo”, e allora emerge dal pozzo di decenni di tranquille rinunce e torna - forse solo finché dura l’illusione di una notte - ad essere il ribelle che fu in gioventù.

Salvo che ora - pare ad Adriano, che forse, senza giungere mai ad esserne cosciente, una rivoluzione l’ha vissuta davvero, ed anzi in un certo senso, dalla rivoluzione è stato assorbito e reso complice: proprio lì, nella prima linea alienante di quella trincea che è stata per lui lo sportello delle poste - il senso, la direzione di quest’essere ribelle non possono più essere gli stessi: se nei decenni dell’immediato dopoguerra ribellarsi significava rifare un mondo sulla base di principi e ideali nuovi, oggi, dall’alto di questo mondo in apparenza rifatto, succede che “persino il futuro sembra sia passato come una stella cadente”. Ed ecco allora che l’urgenza è piuttosto quella di remare contro l’amnesia, o più esattamente contro un’ideologia (pseudo-)progressista che assume come ovvia ed indiscutibile l’equivalenza fra cambiamento e progresso.

L'Adriano di Christophe Palomar, che è poi il ritratto intimo di chi nasce, vive e muore nell'orizzonte angusto (ma proprio per questo verace: "l'unica ricchezza del mondo è casa", del resto) di un quartiere sospeso fra passato e presente, diventa così l'emblema dell'uomo contemporaneo; per lo meno di quell'uomo raggiunto a tratti dal sospetto di essere stato tradito e vinto da un progresso che ha finito per manifestare tutta l'incomprensibile e tecnocratica impersonalità ammantata dalla promessa di benessere - un progresso che non avrebbe saputo valicare i limiti di un benestare al cui cospetto si ha l'impressione (nuovamente) di essere insignificanti. Il flusso dei ricordi, che l'autore dipinge con una leggerezza partecipe e parsimoniosa, dissolve la vicenda particolare di Adriano nelle inquietudini che accompagnano il tramonto di un'intera generazione: quella "dei grandi rifiuti", "delle idee, dei cortei e dei proiettili", ma anche quella che visse "in bilico fra l'età dei destini collettivi e l'era dell'individualismo sfrenato".

(Alberto Asero)

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