Fabrizio Bregoli (Italia)

Zero al quoto

Poesia edita, Primo Premio 2018

La vita non si dice, non significa.

Ci s’avvicina come ad un asintoto

dimostra per assurdo la sua ipotesi.

Fabrizio Bregoli, Zero al quoto, Puntoacapo Editrice, Pasturana 2018.

Sarebbe agevole risolvere la faccenda suggerendo che quella di Fabrizio Bregoli, per lo meno in questi Zero al quoto, è una poetica del disincanto radicale. Ciò che l'autore cerca, raccoglie e dissolve è difatti il nucleo stesso dell’esistenza, il suo senso, che il verso, come una logoterapia in contromano, assiomaticamente ed irrimediabilmente nega. E tuttavia, il "sarebbe" s'impone non appena si noti che, piuttosto a sorpresa, Bregoli risolve la questione del senso in due distinte (e distanti) dimensioni.

La prima è una presenza ossessiva: il mistero del senso, ammesso e non concesso che di mistero abbia senso parlare quando l’oggetto misterioso non è in realtà nulla più che un ens rationis, è risolto nel gelo dell’allegoria matematica. Eloquenti, al proposito, le immagini dell’asintoto e dello zero al quoto. Fin qui, tutto chiaro.

 

Succede però che una seconda dimensione del senso, appena sussurrata e quasi occultata dall’onnipresenza ridondante della prima, fa da eco a una suggestione antichissima: del resto, chi ha detto mai (a parte forse René Descartes, la cui fallacia sarebbe però oggi evidente allo stesso cogito - ben inteso, se questi potesse pensare) che la ragione discorsiva abbia i mezzi per risolvere l’arcano? Ed ecco allora che di soppiatto appare una manciata di versi (di straordinaria potenza evocativa) che parrebbero risuscitare niente meno che la (in apparenza) polverizzata vexata quaesito del senso. Eccoli:

 

La vita non si dice, non significa.

Ci s’avvicina come ad un asintoto

dimostra per assurdo la sua ipotesi.

 

Il problema del senso trascolora in quello ulteriore del significato, che però anche così sfugge alla ragione naturale (che fallisce quando si tratta di comprendere cosa sia un asintoto e che, dinanzi alla spinta potenzialmente regressiva di un credo quia absurdum, cerca rifugio nell’artificio anestetico di un’invenzione): ecco aprirsi lo spazio intangibile dell’indicibile, che però disegna un’estetica del dubbio, una poetica della vertigine esistenziale.

(Alberto Asero)

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