Pasquale D'Ascola (Italia)

Idillio toscano con fiori

ovvero La bimba che mangiava le rose

Poesia inedita, Primo Premio 2018

[...] non fosse che la maestra non crede ai suoi occhi, non crede che l’arte sia la parte di cui s’impara la parte e poi ci si mette da parte, quella crede che tutto sia

l’applicazione di solerti istruzioni, di tecniche miste, d’etichette d’un programma fittizio,

d’un negozio precotto, non di quei grilli che abitano teste e cervelli ma non s-cervellati da

non dar ordini al caos.

Vorrei sottolineare, di questo squisito Idillio toscano con fiori, una ben misurata, e affatto ingenuamente ottimista, poetica dell’intuizione, di cui la bambina è incarnazione più che consapevole e che si oppone a una sorta di presbiopia universale.

Immediatamente, infatti, la bambina implode, si contrae, diventa ironico punto di fuga che, ben ancorato al basso rappresentato dalla terra e dalle radici che ospita, rivela l’alto di un’artificialità distratta ed incosciente della sua stessa incomprensibilità. Vediamo così, più in alto rispetto alla bambina, una maestra che insegna a coprire la realtà con “tutti dei bei così-è fabbricati con la riga e la squadra sul piano di quaderni ordinati da un’ordinatrice”, e due ragazzini (significativamente invisibili agli occhi di quella stessa bambina, che tuttavia appare loro come una disarmonia) che “mangiano sempre impudenti quei due, le loro schifezze gommose del così detto libero mercato, non cocomeri ardenti, dal color peperone, ridenti…” e che, questo va detto, “non sono a puntino cattivi, diremmo piuttosto in sintesi estrema e definitiva, che degli umani sono il cliché”. 

 

Ora, parrebbe avvertire D’Ascola, questa poetica dell’intuizione non va assolutamente pensata né come atto intellettuale, né come specchio di qualche trascendenza, bensì solo come naturalismo (arcaico o post-intellettuale?). Quest’aspetto mi pare saldamente garantito, in primo luogo, dalla stessa bambina, che resiste al colonialismo presbiopizzante della maestra mantenendo viva la legittimità di fluttuazioni coscienti fra registri evolutivamente lontani della rappresentazione (quando “non sa seguitare con le parole ecco, disegna a suo modo fili d’erba“); in secondo luogo, dal padre giardiniere, del quale è detto che è un signore, e come tale “comincia dai piedi sicché, le sue scarpe pulisce da sé” (sic!); e infine nuovamente dalla bambina, che apprende a mangiare le rose perché “chi ne mangia simile ai fiori diviene, gradito alla loro complicata bellezza”.

 

Cuspide di questa poetica è però senz’altro un geniale slittamento esistenziale: si noti infatti che, in senso stretto, ciò che D’Ascola fa non è ritrarre la bambina nell’idillio campestre, bensì, al contrario, ridurre il campo a momento dell’idillio infantile (naturalismo arcaico, dunque, non post-intellettuale). Idilliaco non è dunque il campo, non sono i fiori, bensì proprio la bambina, che è campo e fiori, pura emergenza umana, e per ciò stesso realtà transpersonale che resiste a ogni diaspora pseudo-umanizzante.

(Alberto Asero)

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