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Il disincanto come principio supremo di giudizio: "Assedio ed esilio" di Pasquale D'Ascola


Assedio ed esilio definiscono due momenti - o, forse meglio, due aspetti complementari - della biografia del protagonista, un Innominato antifascista, che infatti, assediato da un metodico disincanto assurto a principio supremo di giudizio, vivrà la sua vita come una "morte in contumacia".

Assedio ed esilio sono però anche, a ben vedere, il segno tangibile del trionfo di quella stessa individualità - che non può essere altro che anarchica e quindi per sua stessa natura insofferente a quell'asfissia (nella migliore delle ipotesi) mascherata da liberazione che è lo Stato. ("Lo stato", dice l'Innominato, "è una delle forme della paralisi di ogni sistema razionale [...] un sistema razionale si configura motu proprio con lo scopo primario di garantirsi l'esistenza sull'individuo".)

Chiaramente, in gioco qui è il significato di "assedio", concetto che parrebbe descrivere, più che una condizione statica, l’avvolgersi dialettico di due istanze distinte e contrarie: una pubblica, che lotta per addomesticare il soggetto; e una privata, che è espressione del soggetto stesso nella sua irriducibile reazione dinanzi all’oppressione dell’istanza pubblica. “Esilio” - condizione ai limiti della psicopatologia o, se si preferisce, dell'estetismo - diventa così sinonimo di “liberatorio autosoffocamento”, rappresenta l’unica via d’uscita praticabile.

Viene da chiedersi se il quaderno degli appunti lasciato dall'Innominato, frammentato com'è e senza il benché minimo filo logico, sia ciò che sembra (il tentativo estremo e patetico dell'assediato-esiliato di ricostruire e formalizzare a posteriori il sistema, la Weltanschauung di cui la sua vita è stata coerente preambolo: quindi il fallimento clamoroso e definitivo del soggetto) o sia piuttosto ciò che sembrerebbe (il sintomo del rifiuto, lucido e radicale, dell’autoinganno che rappresenterebbe articolare un sistema per sconfiggerne un altro: quindi il trionfo clamoroso e definitivo del soggetto). Ci piace propendere per quest'ultima soluzione dell'enigma, non foss'altro perché è l'unica ad ammettere quella fede nel soggetto come istanza storica irriducibile e, a certe condizioni, invincibile che sembrerebbe vivere fra le righe dell'intero racconto - scritto, occorre dirlo, magistralmente. 

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