• Alberto Asero

COVID-19: la domanda cruciale non è “cosa fare”, ma “cosa non si è disposti a fare” pur di uscirne

Michel Foucault dedicò i suoi due ultimi corsi al Collège de France a mettere a fuoco, fra l’altro, le condizioni di possibilità della costituzione del soggetto. Si è occupato cioè di un tema importantissimo per un tempo – il nostro, più ancora che il suo – che si propone sotto il segno non più genericamente della transizione ma della frattura storica.

Nella misura in cui riusciamo a tirarci fuori dall’impellenza degli eventi, notiamo che ciò che oggi è in ballo non è “come uscire dalla pandemia”, ma “quale umanità ci attende girato l’angolo”. Sicché, al cospetto della pandemia, la domanda cruciale non è “cosa fare”, ma “cosa non si è disposti a fare”. La prima è una domanda tecnica, che occulta peraltro un intero orizzonte di valori; la seconda è invece una domanda etica, che richiama l’attenzione sul senso e sul valore.

Come sapete, Foucault aveva preconizzato il futuro prossimo venturo della governamentalità alla luce del concetto di biopolitica. Ebbene, mi pare che noi siamo ormai a tutti gli effetti abitanti di un mondo in via di riorganizzazione biopolitica; siamo cioè sempre più assoggettati ad un modo di intendere il governo che risulta dallo spostamento del baricentro della governamentalità dalla condotta al corpo; cioè a dire che il focus dell’azione di governo sta slittando dall’atto giuridicamente rilevante – che presuppone la trasparenza dell’atto stesso ma nulla di più, dato che l’intenzione è imperscrutabile – alla condizione di possibilità stessa di ogni condotta, cioè appunto al corpo, la cui trasparenza è resa dal parametro biometrico. Ecco, forse, volendo cogliere con una battuta la frattura storica sulla quale siamo seduti, potremmo dire che stiamo uscendo (o siamo usciti) dall’era dell’organizzazione GIUS-tecnologica, a noi familiare, per addentrarci sempre più in un mondo retto da un’organizzazione BIO-tecnologica della vita quotidiana. In ogni caso, mi pare che la bussola punti verso un’era post-panottica (o forse iper-panottica – non lo so); un’era in cui il potere si prefigge, complice la scienza “normale”, il superamento definitivo del problema dell’obbedienza attraverso l’instaurazione di una sorta di sincerità coatta. Detto altrimenti: si tratterà sempre meno di sorvegliare e, se del caso, castigare, e sempre più di produrre la condotta attesa.

Ma non è su questo che vorrei soffermarmi. Sia perché si tratta di cose ben note, sia soprattutto perché questo discorso, che pure offre una lucida chiave di lettura del presente, rischia di assumere i toni angoscianti e paralizzanti di un destino; alimentando la rassegnazione e sedando ogni assunzione di responsabilità da parte del singolo nei confronti della propria vita.

E qui incrociamo il Foucault degli ultimi due corsi, l’asse portante del cui discorso è proprio una sorta di richiamo alla responsabilità, direi al dovere di responsabilità – 1) responsabilità della persona verso se stessa, 2) responsabilità della persona verso gli altri (laddove questi altri sono tanto individui in carne ed ossa quanto collettività), 3) responsabilità, più in generale, della filosofia nei confronti del vivere.

Ebbene, avverte Foucault che il punto di fuga dell’intera filosofia occidentale non è “conosci te stesso”, bensì un altro precetto delfico: prenditi cura di te stesso”. Di più: una volta rifondata la filosofia sull’epimeleia, Foucault richiama l’attenzione sul fatto che il “conosci te stesso” – che beninteso non sparisce dall’orizzonte della filosofia, né perde importanza: anzi – va letto in senso derivato, alla stregua per così dire di un’indicazione specifica, quasi tecnica: conosci te stesso per poter così aver cura di te. Non conoscere, dunque, ma prendersi cura: ecco la ragion d’essere della filosofia, ed ecco anche la vocazione che il filosofo accetta e abbraccia: la cura, appunto, con tutto il carico di responsabilità che essa implica. (Se volete, c’è tutta un’ingegneria dell’attenzione, un reindirizzamento dello sguardo, in questo ribaltamento foucaultiano della relazione tra sapere e fare, dottrina e vita, logos ed ergon...)

Ma cos’è questo prendersi cura – al contempo di sé e degli altri – sul quale Foucault tanto insiste? Ecco, prendersi cura significa anzitutto assumere la responsabilità di dar forma alla propria vita – di costituirsi in quanto soggetti.

Se propendessimo per un’interpretazione stretta di questa visione, dovremmo forse concludere che nelle fondamenta stesse della filosofia è incastonato l’antidoto – se non finanche il divieto – contro ogni deriva speculativa. Attenzione, perché questo punto è importantissimo: la speculazione disincarnata dalla vita non è infatti esente da effetti collaterali. Uno per tutti: la banalizzazione della vita nelle sue plurali sfaccettature in favore di una selezione di funzioni o attività ritenute di rango superiore – il cogito cartesiano, per esempio, occulta un giudizio di valore: dire che il “vero io” è là dove ha luogo il pensiero (dire cioè che il “vero io” è il pensiero), significa di fatto ostracizzare ogni altra manifestazione dell’umano che non sia appunto il pensiero. La speculazione disincarnata apre alla frammentazione ontologica, tanto della persona quanto del mondo; e la frammentazione, prima o poi, proietta ordini gerarchici. (L’allontanamento dalla terra, la confusione fra scienza della natura e potere sulla natura, il transumanesimo, in qualche modo la stessa disposizione a rinunciare alla libertà per far salva la vita nascono da qui…)

Ma limitiamoci ad osservare che intendere, come invita a fare Foucault, la filosofia come cura porta proprio a devitalizzare (in sede pratica, sia ben chiaro, non teoretica) ogni frammentazione speculativa dell’essere umano. Vale a dire: là dove regna la cura, non c’è frammentazione che riesca a confinare il soggetto in una dimensione piuttosto che in un’altra, neppure se questa dimensione ha lo status e il prestigio dell’anima – detto altrimenti: laddove la stella polare sia la cura, non c’è frammentazione che possa eccedere il piano epistemologico. In un certo senso, in seno al precetto delfico, la cura ha una sorta di proprietà assorbente rispetto al sapere e disegna un vettore lungo il quale ogni sapere ha l’obbligo di convergere e di organizzarsi. Quanto alla direzione di detto vettore, questa non può essere che il soggetto stesso, il quale si costituisce come tale solo nell’atto di dar forma alla propria vita. Quindi: la validità epistemologica della frammentazione è fuori discussione; ma, ancorata la filosofia alla cura, la frammentazione perde aderenza alla vita, perde normatività, diviene insufficiente, di per sé sola, a fondare una forma di vita (c’è qui, se volete, un’eco della cosiddetta legge di Hume). Ma perché mai la cura presupporrebbe il superamento della frammentazione ontologica? Perché la cura – la vera cura – o abbraccia la totalità compresente dell’essere umano, o non è che feticismo. (Schumann curava ossessivamente le sue mani non per via di un qualche loro valore in sé – feticcio –, ma perché sulla punta delle dita avveniva l’incontro con il pianoforte, l'espressione di una forma di vita.)

Lasciatemi aggiungere un ultimo tassello, decisivo: il coraggio. La costituzione del soggetto, che sappiamo essere un esito della cura, non è esente da rischi; anzi, è inscindibile dall’assunzione di un rischio, come Foucault non si stanca di ripetere. Un rischio, per di più, incalcolabile a priori, ma il cui ordine di grandezza può spingersi fino alla perdita della vita. Dar forma alla propria vita richiede coraggio.

Noterete come la costituzione del soggetto assuma più o meno apertamente i connotati dell’opposizione. Sembra quasi che l’alba di una forma di vita sia lo staccarsi di un essere informe da un fondo grigio (“tante maschere e pochi volti”, scriveva Pirandello); o che Foucault suggerisca che vincere è concesso solo a chi è disposto a perdere tutto. E difatti la costituzione del soggetto è prima di tutto negazione di qualcosa che non può essere fatto proprio se non al prezzo di snaturarsi: è solo su questo “no” che, assunto il rischio, può sorgere un soggetto. Il soggetto è frutto di un atto di libertà, ma anche di un atto di forza, quasi sempre di opposizione. Il soggetto è rivoluzionario. Un atto che per ciò stesso richiede coraggio – che non è l’opposto della paura, ma la sua maturità. In sintesi: dare forma alla propria vita, costituirsi come soggetti, è un atto di libertà che richiede coraggio e che presuppone l’accettazione attiva (cioè libera e voluta) di un rischio incalcolabile, potenzialmente capitale.

Per concludere, vedete bene che siamo qui agli antipodi di ogni possibile concezione difensiva della cura – concezione peraltro oggi drammaticamente imperante. Al contrario, la cura – nel senso totale che siamo venuti delineando – presuppone l’apertura incondizionata al mondo. Ma l’apertura al mondo si nutre di coraggio, e soffoca nella paura. La paura (la paura di morire, prima di tutto; poi, per estensione, l’ipocondria) fagocita l’isolamento profilattico dal mondo – ma a ben vedere anche l’isolamento da se stessi: sotto l’egida della paura non vi è possibilità alcuna di costituzione di sé. Il perché è chiaro: la paura prepara all’abdicazione della persona e perfino, nei casi più estremi e patetici, spinge la domanda di sicurezza e protezione fino all’accettazione o addirittura all’invocazione della schiavitù. (Titolava La Stampa due giorni fa: La fotografia del Censis sugli italiani ai tempi del coronavirus: meglio sudditi che mortiSpinoza: si governa con paura e superstizione. Kant: il timore di fare a meno dei direttori di coscienza è ciò che impedisce lo sbocciare della maggiore età. La Boétie: il tiranno è il riflesso della viltà del suddito. Thoreau: la barbarie si nutre di comoda obbedienza. Arendt: non vi è male, per quanto immenso, che non risulti dal concorso innocente di una miriade di piccole e banali azioni. Fromm: la libertà senza rotta genera angoscia e l’angoscia spinge a ricercare la sicurezza delle catene. – Tutti insegnamenti dimenticati. Ma torniamo al nostra dilemma iniziale: al cospetto della pandemia, la domanda cruciale non è “cosa fare”, ma “cosa non si è disposti a fare”)

È tutto, grazie.




[Testo della relazione tenuta in occasione dell'incontro COVID-19: l'umanità allo specchio, 6 dicembre 2020, a cura di “Pragma, Associazione di Categoria dei Professionisti delle Pratiche Filosofiche”.]