• Alberto Asero

Liberté, égalité, et bikini


por Jorge Majfud


A fine febbraio 2021 la squadra della selezione di pallavolo femminile tedesca ha annunciato il boicottaggio dei giochi del Qatar (organizzati dalla Federazione Internazionale di Pallavolo da spiaggia) perché non viene permesso alle donne di giocare in bikini. Non si tratta soltanto di un biocottaggio, bensì di un manifiesto internazionale. La norma oggetto di disputa (l'articolo 10), che suscitò l'ira delle sub-campionesse di pallavolo femminile, campionesse di libertà a civiltà, stabilisce che "al fine di rispettare la cultura e la tradizione locali [...] è atteso che le partecipanti vestano una maglietta a maniche corte sotto la maglietta ufficiale, così come pure pantaloni corti all'altezza delle ginocchia”.


Il direttore sportivo della Federazione Tedesca, Niclas Hildebrand, ha confermato l'indignazione delle giocatrici e dei tecnici tedeschi intorno all'articolo 10. La selezionatrice Helke Claasen confermò che si asterrà dal recarsi al torneo, argomentando che non si sente “rispettata in quanto donna”. Altre, coma la vice-campionessa Karla Borger, più malleabili, dichiararono di non aver problema alcuno ad “adattarsi alle regole di altri paesi”, quantunque sia lo stesso calore estremo di Doha a rendere necessario il bikini… come in Germania.


La Federazione del Qatar di Pallavolo ha risposto di rispettare “il codice di condotta stabilito dalla Federazione Internazionale”, precisando che negli eventi precedenti organizzati in Qatar “le sportive sono state libere di presentarsi con le stesse uniformi vestite in altri paesi”.


Né Qatar né Arabia Saudita sono modelli in fatto di rispetto dei diritti umani, come del resto neppure lo sono le igieniche potenze mondiali; tuttavia, i corretti indiganti non fanno altro che annacquare le rivendicazioni storiche di eguaglianza e libertà e riprodurre la centenaria arroganza nordoccidentale in nome del politicamente corretto.


Di sicuro in nessuno stadio tedesco, europeo o statunitense è permesso alle donne del mozambico che conobbi anni addietro giocare in topless. Né viene loro permesso camminare per le vie civilizzate di Berlino o di New York come fanno in certi villaggi, o fare il bagno come nelle spiagge indecenti del primitivo paradiso dell'Oceano Indiano.


Possiamo criticare, protestare per le misure che opprimono le donne al di là delle loro condizioni culturali, però è alquanto difficile difendere l'idea che proibire il bikini in un torneo di pallavolo rappresenti una misura oppressiva per le giocatrici nordoccidentali ed un affronto alla loro dignità ed alla loro condizione di donne. L'indignante articolo 10 potrebbe perfino agevolare il lavoro di fotografi e televisioni, i quali sempre fanno di tutto per evitare inquadrature che mostrino i glutei scolpiti delle giocatrici in attesa di un tiro, così da evitare l'accusa di machismo.


Per quale ragione inchiarsi fino a far mostra alla tribuna delle natiche nude è simbolo di librazione femminile del mondo civilizzato, mentre esibire seni altrettanto nudi è segno di oppressione delle culture selvagge?


Non si può giocare a pallavolo con pantaloncini corti, come nel resto degli sport conosciuti? In fin dei conti, le nuove tecnologie di tele elastiche proteggono dalla sabbia molto più che un bikini.


C'è forse qualcosa fra i glutei (qualcosa che può essere visto dal pubblico presente ma non dai telespettatori) che rivela la libertà e la dignità della donna universale sotto gli occhi attenti del mondo?


Dov'è l'oppressione se non nel colonialismo e nella centenaria arroganza eurocentrica della razza superiore che decide como vestire le donne in funzione della libertà?


Perché mai quando andiamo in paesi periferici ci sentiamo in diritto di imporre i nostri costumi in nome della Libertà e dei Diritti Umani, mentre quando loro vengono nei nostri paesi dominanti gridiamo loro in faccia “devi adattarti alla cultura che ti riceve”?


Forse che gli europei hanno dimenticato quando, fino a non molti anni fa, fermavano nelle spiagge europee le donne che in foulard, cioè a dire vestite più di quanto la sensibilità civilizzata della polizia morale permettesse? Che ne è stato del diritto occidentale di quelle povere donne oppresse? Davvero ci interessano i diritti di quelle donne alla loro libertà, o piuttosto si tratta di preservare il nostro diritto di dettar legge?


Ripetiamo una volta di più ciò che da decenni andiamo ripetendo (e difatti quanto segue è un copia e incolla): agli occhi dell'ombelico del mondo, le donne mezze vestite dell'Occidente sono più libere delle donne troppo vestite del Medio Oriente e più libere delle donne troppo poco vestite dell'Africa. L'assioma matematico della transitività non è applicabile. Se la donna è bianca e prende il sole nuda lungo la Senna è una donna liberata. Se è negra e fa lo stesso lungo un ruscello senza nome, è una donna oppressa. Anacronistico assioma secondo cui “la nostra lingua è la migliore perché si capisce”. Ciò che in materia di vestiti equivale a dire che le robotiche e risentite modelle che sfilano sulle passerelle della multimillonaria industria del glamour sono lo zenith della liberazione e del buon gusto. Se proibiamo il velo ad una donna, che oltre tutto è parte della sua cultura, perché non proibire il kimono giapponese, i cappelli texani, i rossetti, i piercing, i tatuaggi con croci e teschi d'ogni sotra? Perché non proibire gli abiti che usano le monache cattoliche e che possono benissimo essere considerati simbolo dell'oppressione femminile? Nessuna suora può uscire dal suo stato di obbedienza per convertirsi in sacerdote, vescovo o papa, ciò che per la legge di uno stato secolare costituisce un'aperta discriminazione sessuale. Quest'intolleranza è comune nelle nostre società che hanno promosso i diritti umani ma che hanno inventato anche i più crudeli strumenti di tortura contro streghe, scienziati o dissidenti; che hanno prodotto campi di sterminio e che non hanno conosciuto limiti in quanto alla loro ossessione proselitista e colonialista, sempre in nome della buona morale e della salvezza della civiltà. Ora, se proibiamo i cattivi costumi, perché non cominciamo piuttosto a proibire guerre ed invasioni, che solo nell'ultimo secolo sono state una specialità dei “nostri governi” in difesa dei “nostri valori” e che hanno lasciato paesi distrutti in Asia, Africa e America Latina, popoli e culture distrutti e milioni di oppressi e massacrati?


Invece di distrarre l'indignazione sulle grandi tragedie con micro-rivendicazioni bikiniane, potremmo concentrarci sugli abusi dei nostri alleati, com'è il caso delle donne dell'Arabia Saudita o Israele. O, meglio ancora, protremmo dedicare tutte queste indignate energie a guardare la tragedia delle donne e delle madri invisibili, quelle donne che soffrono la barbarie della civilizzazione in Palestina, nello Yemen, nella Repubblica Saharawi e in tanti altri luoghi in cui le telecamere dei grandi media non arrivano, né arriva l'emozionante indignazione delle stelle del cinema e dello sport, il cui unico dolore (inumano) è perdere un campionato o un po' di attenzione mediatica.

Jorge Majfud, febbraio 2021


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