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Non poter dirsi è esser chiusi dentro: "Lenguaje ensamblador" di Raquel Vázquez

La metafora informatica, architettura di Linguaggio assemblatore, serve a Raquel Vázquez Díaz per punteggiare i passi di un percorso possibile di esplorazione (prima) e di ricostruzione (poi) di un sé dolorosamente liberato dall’illusione di sapersi comunicare. Ciò su cui insiste l'autrice è la natura velleitaria dell'aderenza, che pur supponiamo facile e ovvia, della rappresentazione linguistica all'esperienza personale ed intima del mondo, dell'espressione al sentimento: Dalle labbra pende un miraggio.


Il dramma è ben raffigurato dal concetto di asintoto. Ci sono ambiti dell'esistenza che, seppur esigano di esser detti, ben poco si prestano, in realtà, ad esser trascritti in parole, frasi e discorsi; ambiti avventurandosi nei quali ci si scontra invariabilmente con la sensazione frustrante di una distanza insuperabile fra "ciò che si vorrebbe dire" e "ciò che può esser detto": Nessun asintoto al piano giunge / a tracciar ciò che non può dirsi.


Ora, appartengono all'indicibile tutte quelle regioni del comunicare in cui in gioco non c'è il "dire" ma il "dirsi", tutte quelle situazioni che rinviano ad un comunicare non su oggetti ma di, e fra, soggetti. Come si dice un’emozione? Come si esprime una Weltanschauung?


Gli occhi son castigo quando chi

si ama soltanto

si può guardare.


Ed ecco un’immagine lucida e durissima dello scontro a ripetizione fra l’urgenza di dirsi e l'insufficienza infrastrutturale del linguaggio. Non poter dirsi è esser chiusi dentro.


Con Linguaggio assemblatore Raquel Vázquez Díaz dà prova di una grande maturità artistica.


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Lenguaje ensamblador è stato insignito del primo premio per la poesia edita dal VII Premio Letterario Internazionale Indipendente (Italia, 2019).

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